n°2

2 aprile 2025

CONTEMPORANEA

QUINDICINALE

DI RIFLESSIONE POLITICA

"Il nostro intento consiste nell'osservare la realtà con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo mai rivolto al passato"

by Alessandro Chelo

Perchè CONTEMPORANEA?

A cura della redazione

Perchè il mondo cambia con velocità e intensità inusitate, mai sperimentate fino ad oggi. Non basta dirlo, bisogna tenerne conto, bisogna adottare nuovi paradigmi e, per farlo davvero, bisogna lasciare andare le vecchie credenze e i vecchi ancoraggi. Bisogna mollare gli ormeggi e iniziare a guardare il mondo con occhi nuovi, osservando la realtà con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo mai rivolto al passato. Non serve rimpiangere il bel tempo andato, occorre scovare l'innovazione e comprenderla, da qualunque parte essa provenga, in qualunque forma si presenti, impegnandosi affinchè il nuovo tempo non sia terreno di rivincita, ma di emancipazione; non di recriminazione, ma di accrescimento.

Proveremo a farlo attraverso le nostre rubriche: Caro amico ti scrivo, Il dito e la luna, Il punto di vista, Solleticando. Il nostro stile cercherà di coniugare profondità di pensiero con snellezza. Insomma, pensiamo che si possa approfondire senza per forza dover esibire faticosi pezzi di difficile lettura.

Al fine di facilitare la lettura, non prevediamo alcun inserto pubblicitario: chi desidera sostenere questa iniziativa, può farlo elargendo una personale donazione.

Per un'Italia sempre più libera, sempre più aperta, sempre più prosperosa.

IN QUESTO NUMERO:

CARO AMICO TI SCRIVO

di Alessandro Chelo

Lettera aperta a Luigi Marattin

IL DITO E LA LUNA

di Luca Monti

Lo smartpolitic della democrazia aumentata

IL PUNTO DI VISTA

di Mauro Voerzio

Il nuovo mondo richiede nuovi modelli, non basta difendere il passato

SOLLETICANDO

di Paolo Scavino

Anti-americanismo: operazione nostalgia

caro amico ti scrivo

lettera aperta a Luigi Marattin

di Alessandro Chelo

Egregio Onorevole Marattin,

qual è lo scopo ultimo e profondo della nuova formazione politica alla quale ha dato vita? A cosa serve, o può servire, il neonato Partito Liberaldemocratico? E ancora, le differenze fra la vostra proposta e quella di Azione, sono tali da richiedere la nascita di un nuovo partito? Per quanto lei e i suoi compagni di avventura abbiate elaborato delle risposte, il ragionamento sul tema è ancora inevitabilmente aperto, anche in vista del congresso fondativo del prossimo giugno. Con queste righe, desidero proporle un contributo.

Poniamoci innanzitutto una domanda: perché il mondo sta cambiando così repentinamente e radicalmente? Perché lo scenario “post-bellico” nel quale ci siamo abituati a vivere, caratterizzato da alleanze contrapposte, nate a seguito della Seconda Guerra Mondiale, ha progressivamente perduto il suo significato politico, culturale, storico. Ciò vale tanto sul piano internazionale, quanto su quello nazionale. Il cambiamento in atto deriva dunque più da quella che Pietro Nenni chiamava la forza delle cose che non dalla volontà di questo o quel protagonista. L’iniziativa politica di Trump, ad esempio, è certamente un fattore di cambiamento, ma ne è soprattutto un’espressione: una situazione in cui l’Europa è protetta dall’ombrello americano, ma è abitata da europei che perlopiù dileggiano gli americani stessi, accusandoli di militarismo, si capisce bene, non era più sostenibile, con o senza Trump. 

Per questo non serve resistere sdegnati al cambiamento in atto, indicandone il colpevole di turno, illudendosi che, combattendolo, il cambiamento si arresti; no, bisogna semmai parteciparvi, orientandone la direzione. Anche rispetto alla prospettiva del cosiddetto riarmo europeo, c’è chi fa e chi giudica chi fa, c’è chi si tira fuori indignato e chi si mette in gioco, cercando di orientare le scelte. Il primo atteggiamento, va detto, è tipico della sinistra e normalmente si esprime con la formula del “né con…, né con…”. Per quanto la sinistra scenda in piazza brandendo in una mano la bandiera europea e nell’altra il Manifesto di Ventotene e per quanto la Presidente Meloni sembri talora navigare a metà del guado, non esiste persona mossa da un’ispirazione anche blandamente liberale, che, per quanto attiene la gestione delle principali questioni internazionali (alludo in particolare al riarmo della UE e alla difesa di Ucraina e Israele), baratterebbe il governo in carica, con un Governo Conte-Schlein-Fratoianni. 

Sul piano nazionale, lo scenario post-bellico si fonda sul patto fra mondo cattolico e mondo comunista, patto da cui è derivato un impianto costituzionale, culturale e istituzionale statalista, di stampo burocratico e paternalistico che, anche grazie all’espediente retorico dell’anti-fascismo, ha consentito un’ampia intesa nazionale e favorito per decenni lo sviluppo del Paese. Oggi quel patto appare inattuale, antistorico, totalmente sganciato dalla realtà della vita delle persone. Anche in questo caso, non serve rivendicare il senso o la presunta grandezza del bel tempo andato. Anche in questo caso, consapevoli della necessità di dover andare oltre, occorre tenere i piedi ben piantati nel presente, partecipare al cambiamento in atto e dare vita a un nuovo patto fondativo nazionale che riscriva valori e regole, a partire dalla prima parte della Carta, sul quale far finalmente sorgere quella Seconda Repubblica di cui da trent’anni si parla, ma che in realtà non è mai stata davvero realizzata. 

Per farlo, è vero, occorre promuovere un nuovo corso del campo liberale. Come? Dando vita a un unico campo liberale che vada oltre i criteri divisivi della vecchia epoca, perché solo un campo forte e unitario che squaderni lo scvhema destra-sinistra, può guidare il processo storico che sta attraversando il nostro tempo. 

Egregio Onorevole Marattin, non è più il tempo della testimonianza, essa oggi rischia di essere vissuta come supponenza, è venuto il tempo di sporcarsi le mani, di influire sulle scelte, di condizionare non solo il quadro politico, ma anche l’azione di governo. In quest’ottica, diventa imprescindibile dare subito vita a un tavolo di confronto con Forza Italia, al fine di elaborare posizioni e proposte unitarie e porre le basi per un’iniziativa politica comune. Ci vuole coraggio, anche un po’ di sfacciataggine, bisogna soprattutto liberarsi dei vecchi fantasmi, delle vecchie zavorre, delle passate appartenenze, ma così facendo, si sgombererebbe il terreno dall’equivoco: non l’ennesimo partitino che ci prova, un tentativo che nella percezione dell’elettorato, non sarebbe così dissimile dai precedenti di Più Europa, Italia Viva e Azione, non l'ennesima formazione di ex-PD che finiscono prima o poi per cedere al richiamo della foresta, ma una forza mossa dalla visione di chi sceglie di andare oltre i vecchi steccati e di vivere nel tempo che cambia.

il dito e la luna

Lo smartpolitic della democrazia aumentata

di Luca Monti

Nella Atene antica, patria della democrazia, i cittadini partecipavano alla discussione e al voto sulle questioni importanti della polis. All’adunata accorrevano tutti, salendo sulla collina, accompagnati dalle guardie civiche, che tendevano una corda rossa che sospingeva verso l’assemblea. Una sanzione colpiva chi aveva la tunica segnata da quel colore. La democrazia di tutti. Di tutti coloro che avevano diritto al voto, i cittadini liberi nati ad Atene. Non proprio tutti. Qualche migliaio di persone, comunque.

Dopo tante forme di governo e poche di democrazia, la storia ce ne ha consegnato una formula sempre più stanca e sbiadita. Meglio di tutto il resto: disse un famoso politico britannico del secolo scorso. È ancora vero? 

Oggi la democrazia del voto universale è in crisi. Non esiste, non è mai esistita, la democrazia di tutti. È, e rimane ancora, solo dei cittadini, di quelli che votano, di una minoranza libera o condizionata.

Il digitale può far nascere una nuova forma di democrazia? Quella delle decisioni dirette?

Immersi da qualche decennio nella rivoluzione digitale, iniziamo a chiederci se possono finalmente apparire applicazioni capaci di riabilitare, in una chiave nuova, la formula per la partecipazione.

C’è chi pensa, come il filosofo Jianwei Xun nel suo Hipnocracia, che possa nascere un sistema che non reprime la coscienza ma la manipola con tecniche di sovrastimolazione e disinformazione. 

“Il disegno di Musk potrebbe essere quello di giocare dialetticamente tra conscio e inconscio, tra potere e libertà con una crescente manipolazione narrativa. La tecnologia dell’informazione diventa quindi una nebbia ipnotica, con social network e IA come strumenti per confondere la realtà con la simulazione.” (Raul Limon – 25 Marzo 2025 – El Pais).

Anche se non è ancora qui, visibile, disponibile, pronta… la controparte, quella buona, armeggia per trovare la sequenza, il gesto, il ritmo che trasformi l’individuale nel collettivo. Che sia un gaming o altro non è dato sapere ancora. Che sia un mining (un’estrazione dalla miniera collettiva della nostra presenza online) o una finestra capace di farci dialogare, con numeri scalabili e potenzialmente di milioni, non si sa. Anche se uno strumento come Pol.is (oggi EU compliant con polisorbis) può far discutere anche un milione di persone, come è avvenuto a Taiwan su temi molto controversi, per arrivare a comprendere e proporre, ma non ancora a deliberare. E a deliberare forse è meglio non arrivare, come dicono esperti di sicurezza. 

Ma strumenti dal design ancora troppo duro e spigoloso, come Polis appunto, già permettono di vedere come il digitale sia capace di far apparire graficamente un pensiero collettivo, il crearsi di una dialettica tra posizioni differenti, il rilancio di controproposte moderate e sintetizzate da strumenti di intelligenza artificiale.

Non vedo ancora la leggerezza del gesto, il design avvolgente, il clic giusto. Ma ci stanno lavorando, anche i buoni fanno la loro parte. Lo so.

Rimaniamo sospesi in attesa.

Quello che oggi sembra prevalere è un Nokia autocratico in attesa di uno Smartpolitic neo-democratico.

IL puntO di vista

Il nuovo mondo richiede nuovi modelli, non basta difendere il passato

di Mauro Voerzio

Wind of change cantavano gli Scorpions all’indomani del crollo del muro, una brezza di libertà che con il tempo aveva preso potenza ed aveva travolto il sistema dispotico comunista, un vento alimentato dalla voglia di libertà di centinaia di milioni di individui costretti a vivere in un sistema ottocentesco. Poi sono arrivati Internet e le nuove tecnologie e quello che era un vento si è trasformato in un uragano, e si sa che gli uragani spazzano via tutto ciò che incontrano o comunque lasciano evidenti segni del loro passaggio. A questa regola non si sottraggono nemmeno le nostre società le quali stanno vivendo, almeno nell’ultimo decennio,  un profondo cambiamento.

Il Covid sembrava aver rallentato questo processo, ma a guardare oggi il fenomeno con occhi sospettosi, si potrebbe dire che è stato un primo potente stress test. Durante il Covid sono avvenute cose che sino a poche settimane prima della pandemia erano assolutamente impensabili, restrizioni alla libertà di movimento e sospensione di alcune garanzie costituzionali che neanche negli ultimi avamposti dei regimi mondiali erano in vigore.  Giustamente, la popolazione si era adeguata, in gioco c’era la protezione dei più deboli, la salute comune, i nostri cari anziani ed un futuro a tinte fosche.

Con il Covid, per la prima volta da ottanta anni a questa parte, la libertà è diventata un principio sopprimibile o comunque limitabile. Di colpo le conquiste accumulate in tanti decenni svanivano in nome di un bene più alto.

Pensavamo anche in quel periodo di aver raggiunto il picco del livello di disinformazione ed invece assistevamo solo alla prima breccia nella diga, che da li a poco sarebbe crollata. E’ stato con l’invasione russa dell’Ucraina che il fenomeno è diventato irreversibile, un fenomeno che ci costringe oramai a vivere in un mondo orwelliano dove è diventato molto difficile, anche per gli addetti al mestiere, discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso. I maggiori responsabili della disinformazione in TV, che rimane il media più importante, non sono i buffi personaggi che vengono radunati durante i talk show, ma i conduttori stessi che organizzano dei veri e propri sabba dell’informazione, personaggi che solo la storia ci dirà perché abbiano venduto la loro dignità a favore di un progetto che mira a distruggere la nostra Democrazia.

Questo è forse il punto focale sul quale ci si dovrebbe concentrare nel presente, scevri da ideologie e con una certa capacità di valutazione. E’ chiaro che il modello di cui abbiamo goduto per 80 anni, con buona pace di Churchill (“La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”), sta per essere soppiantato da qualcosa di completamente nuovo ed in nessun modo paragonabile nel passato.

Questo “qualcosa di nuovo” sembra essere il vero tallone di Achille della vecchia Europa. Guardandosi intorno, alcuni modelli alternativi alla Democrazia sono da tempo sul tavolo e alcuni Governi li stanno proponendo, si possono giudicare balzani o esserne entusiasti, ma sono dei modelli che sono destinati ad occupare (magari perché imposti) dei vuoti. Milei, per esempio, propone un modello ultra-liberista, un anarco-capitalista con idee abbastanza bigotte sulla famiglia, ma anche qui non ascrivibili ai contenitori novecenteschi sui quali ci siamo formati tipo destra e sinistra.

L’avvento di Trump sta portando l’America laddove non avremmo neanche immaginato nella più avvincente serie Netflix, un orizzonte fatto di oligarchie e controllo dell’informazione, dove non c’è spazio per l’emarginazione e per tutte le forme sociali che non producano profitto. Si parla apertamente di soggiogare popoli se non sono d’accordo con le teorie trumpiane e si usano minacce economiche e ritorsioni come leve politiche.

Poi abbiamo il modello arabo jhadista, questo non certo nuovo, ma pur sempre differente nella sua visione di vita, rispetto alla visione occidentale, un modello che vorrebbe anche qui eliminare coloro che non si convertono, con una visione molto patriarcale della società e con un occhio più rivolto al passato che non al futuro.

La Cina propone un modello misto tra comunismo e capitalismo, nuove ambizioni imperiali e un posto preminente allo sviluppo militare.

Infine il modello russo, che è quello che probabilmente ci riguarda più da vicino e che potrebbe essere il prossimo nostro modello sociale. Il modello russo è quello ampiamente divulgato da Aleksandr Dugin con la “Quarta teoria politica” ovvero il superamento del liberalismo globalista e della democrazia, a favore di un impero euroasiatico da Lisbona a Vladivostock, un sistema che riprende i caratteri del comunismo e del nazional-socialismo e vi aggiunge delle caratteristiche islamiche.

In tutto questo movimento mondiale, si assiste al vuoto cosmico europeo. Sfido chiunque a citare un nuovo modello sociale: forse l’unica proposta di un certo rilievo che si possa ricordare negli ultimi anni, è stato il GreenDeal. Ci si deve preoccupare perché laddove c’è un vuoto, è riconosciuto che un qualcosa lo riempirà, e con gli attuali tools utili al lavaggio del cervello delle masse, non necessiterà molto tempo a convincere le popolazioni che il modello Dugin o quello Trump sia migliore della nostra vecchia Democrazia.

Se guardiamo alla situazione italiana è, se possibile, ancora più sconfortante di quella europea. Nel Belpaese si è ancora politicamente ancorati a discutere prevalentemente di fascismo e antifascismo, di Ventotene, di tematiche che quando va bene hanno almeno cento anni, cose che i nostri politici discutevano nel Parlamento italiano quando ci si muoveva ancora con le carrozze e il telefono era stato inventato da poco. Nel Parlamento italiano il tempo sembra essersi fermato, le persone che vi entrano per rappresentare gli italiani cadono in una specie di ipnosi collettiva che li riporta agli antichi fasti di Giulio Cesare, si trastullano spesso in discussioni totalmente inutili mentre il mondo fuori corre e i barbari sono alle porte. E si, perché nel caso non ve ne foste accorti, siamo al 476 D.C. e che si faccia chiamare Trump, Putin o Xi, abbiamo un Odoacre fuori dalla porta, ansioso di venirci a dire come si dovrà vivere a partire da domani. 

solleticando

Anti-americanismo: operazione nostalgia

di Paolo Scavino

Viviamo tempi straordinari ed è veramente difficile leggere il cambiamento facendo ricorso a riferimenti e certezze che avevamo sino a pochi mesi fa.

In questa generale incertezza possiamo però fare riferimento a una pulsione profonda che agita la politica e il dibattito italiano: una generalizzata e trasversale critica contro l’occidente come causa di tutti i mali del mondo, sia che li generi direttamente (turbo-liberismo, globalizzazione, consumismo sfrenato, etc.) sia che li generi per reazione.

Si perché se Russia, Iran, Cuba, Venezuela per citarne solo alcune, sono autocrazie, spesso anche aggressive, la ragione è sempre da ricercarsi nel comportamento e nei valori (a questo punto considerati come disvalori) del mondo occidentale.

In Italia in particolare, questa visione del mondo che deriva dalla presenza di un forte partito comunista nel secondo dopoguerra, si è tradotta in un atteggiamento ancora più radicale: l’anti-americanismo.

Nonostante la progressiva evoluzione in senso democratico del maggior partito d’opposizione del dopoguerra, a partire dalla famosa ammissione di Berlinguer di sentirsi più protetto nella Nato che non dal Patto di Varsavia, questo sentimento di forte ostilità verso l’America è rimasto e si è rafforzato.

I leader del centro-sinistra in questi anni hanno sempre cercato l’approvazione delle amministrazioni americane e professato fedeltà al Patto Atlantico, ma in effetti, culturalmente, la sinistra è rimasta anti-occidentale, più o meno anti-israeliana (se non apertamente antisemita) e certamente anti-americana.

È un impulso profondo che mette insieme le pulsioni ribellistiche anti-capitalistiche e anti-globalizzazione, con quelle dei movimenti ecologisti radicali e di molte associazioni pro LBGT +.

Vorrei osservare che il salto di qualità della protesta di Ultima Generazione dai blocchi stradali al Ristorante stellato di Cracco, va proprio in questa direzione e che questa progressiva saldatura di tutte le componenti radicali su temi anti-globalizzazione e anti-capitalistici è l’embrione di una protesta più radicale che comporta potenzialmente rischi di evoluzione terroristica. Argomenterò e approfondirò questa mia convinzione, in un altro, futuro articolo.

Qui mi interessa mettere in evidenza come l’anti-trumpismo della sinistra italiana si giustifichi non solo per le posizioni più o meno discutibili dell’amministrazione americana, ma soprattutto perché consente di ridare voce a quella tradizionale avversione nei confronti dell’occidente di cui l’America è simbolo.

Quindi si è contrari a Trump per le ragioni sbagliate, ad esempio in nome del pacifismo più estremo e contro quella politica americana che ci spinge a riarmarci per poter esercitare una politica di dissuasione contro la Russia.

Soprattutto la Presidenza Trump rinfocola  quel sentimento mai completamente sopito di critica radicale all’alleanza con gli Stati Uniti che si esprimeva nella contrarietà alla partecipazione italiana alla Nato.

La Sinistra Italiana deduce dal Trumpismo la giustezza delle proprie posizioni e la coerenza con la propria storia e utilizza tutto questo per giustificare una posizione sempre più neutralista nei confronti della guerra in Ucraina, scettica nei confronti di un processo di costruzione di una difesa comune europea e appiattita sulle posizioni anti-israeliane.

L’Italia è, probabilmente, il Paese Europeo in cui la propaganda russa ha fatto maggiormente breccia, proprio perché sia a destra, ma soprattutto  a sinistra, il sentimento anti-occidentale e anti-americano è largamente diffuso. I russi non hanno dovuto investire più di tanto, la disponibilità di intellettuali e politici ad ascoltare le ragioni contrarie all’imperialismo americano era già diffusa, quindi gratuita. Solo per citare un esempio: Alessandro Barbero che afferma che in fondo Ucraini e Russi sono la stessa cosa e che quindi la guerra è affare loro e noi con dovremmo immischiarci.

Dal punto di vista psicologico, è anche un’operazione nostalgia, molti dei quadri dirigenti del PD e della sinistra, in fondo rimpiangono quel tempo in cui potevano dirsi anti-americani e anti-sovietici in nome di un neutralismo che però era difeso dalla deterrenza Nato e dai massicci investimenti militari americani. L’amministrazione Trump, con i suoi toni muscolari non solo in politica estera, ma anche su immigrazione e diritti civili, rappresenta il miglior alibi per risalire su quella barricata, sentirsi moralmente appagati, ma nella migliore delle ipotesi ininfluenti e marginali nelle scelte italiane ed europee. 

ALESSANDRO CHELO

Sono nato a Genova nel 1958.

Ho pubblicato diversi saggi con Sperling & Kupfer, Guerini e Feltrinelli, alcuni tradotti in più lingue fra cui il coreano e il giapponese.

Dopo aver lungamente scritto per Stradeonline, Linkiesta e Il Riformista, mi dedico oggi, a CONTEMPORANEA, per un mondo e un'Italia finalmente post-bellici.

Alessandro Chelo

I miei articoli scritti per:

collaborano con contemporanea

Mauro Voerzio, Torino, 1968. Analista geopolitico, esperto di guerra ibrida. Dal 2015 al 2019, ricercatore presso l’Università del giornalismo di Kyiv per il progetto StopFake; dal 2019 al 2023, Esperto Nazionale in Georgia per l’Unione Europea; autore di Gli Angeli di Maidan (2014) e Guerra Ibrida - attacco all’Europa (2019).

Luca Monti, Como, 1968. Vive a Blevio sul lago di Como. Autore di Un orso rosso a New York (2021), Generazione 1968 (2016), L’immortalità (2016). È fondatore di Copernicani ETS - Associazione per l’innovazione. Dal 1994 opera nell’ambito dello sviluppo del capitale umano. Ha progettato e coordinato servizi innovativi finanziati dall’Unione Europea per la formazione, l’istruzione e il lavoro.

Paolo Scavino, Genova 1964. Consulente di direzione e formatore su sistemi di gestione e modelli organizzativi. Autore de Il fiato spezzato (2013). Vive a Genova e osserva con interesse e qualche timore il cambiamento in atto.

Nera è un gioco, uno strumento ed un mezzo espressivo. Una compagna di viaggio ed un rifugio.
È una provocazione, una proiezione, la mia parte piú vera.

VUOI CONTATTARCI?

INDICARE L'INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA RICEVERE LA RISPOSTA.

sostieni contemporanea

NUMERI PRECEDENTI

Precedenti numeri di CONTEMPORANEA:

n.0: 1 marzo 2025

n.1: 15 marzo 2025

Informativa Estesa GDPR (679/2016)
Ai sensi dell'articolo 13 del Regolamento UE 679/2016, ti informiamo che i dati personali raccolti attraverso la newsletter Contemporanea saranno trattati esclusivamente per finalità di invio di comunicazioni periodiche relative ai nostri servizi e novità. Il trattamento avverrà con strumenti elettronici e sarà effettuato in modo da garantirne la sicurezza e la riservatezza.
I dati raccolti non verranno ceduti a terzi, salvo obblighi di legge o in caso di necessità per la fornitura del servizio. Il conferimento dei dati è facoltativo, ma necessario per ricevere la newsletter.
Hai il diritto di accedere ai tuoi dati, rettificarli, cancellarli, limitarne il trattamento e opporsi al loro utilizzo, come previsto dagli articoli 15-22 del GDPR. Per esercitare tali diritti o per qualsiasi richiesta relativa al trattamento, puoi contattarci via email all'indirizzo [chelo@alessandrochelo.it].

CONTEMPORANEA
la news letter di approfondimento politico
a cura di alessandro chelo
Corso Andrea Podestà 9A - 16128 Genova
P.I.: 08777460968